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CENNI STORICI

 

Il comune di Melle è situato nella media Valle Varaita che si estende nelle Alpi Cozie meridionali, a cavallo del 44° parallelo di latitudine nord in provincia di Cuneo.

 

Il territorio comunale presenta la figura approssimativa di un quadrilatero i cui lati longitudinali corrono rispettivamente sulla sommità dello spartiacque Varaita-Maira e sulla cresta di divisione con il vallone di Gilba.

 

I due lati trasversali rispetto al corso della valle corrispondono invece al confine con il territorio di Frassino a ovest, e al confine con i comuni di Brossasco e Valmala a levante.

 

La superficie territoriale del comune di Melle è di 7.495,66 giornate terriere piemontesi, corrispondenti a 2792 ha (27,92 kmq.), dei quali 1.898 sono di proprietà privata, 894 di proprietà diretta del Comune.

 

I due versanti del territorio comunale, l'Opaco (l'Ubac) e l'Aprico (l'Adrecc), presentano un'orografia abbastanza accidentata, con rilievi e canaloni che confluiscono trasversalmente verso il fondovalle dove il Varaita scorre con un'ampia curva balestra. Con il minimo di altitudine di 640 m. nel tratto fluviale confinante con il comune di Brossasco e con il massimo di 1.939 m. al monte Curnèt sullo spartiacque della valle Maira, il comune di Melle è interessato da tre fasce di vegetazione: la collinare, la montana e, in parte, la subalpina rappresentate rispettivamente dal Castagno e dalle aree prative, dal bosco di Faggio, dall'associazione Abete-Larice e dai pascoli della zona montana superiore.

 

TOPONOMASTICA
Sull'origine del nome "Lu Mel" esistono interpretazioni diverse: per qualcuno la parola deriverebbe da "miele" per il fatto che la fioritura dei vasti castagneti, dei prati e dei pascoli avrebbe permesso anticamente una florida apicoltura; altri, considerando che "fraise" (Frassino) e "Rure" (Rore), due paesi in diretta continuazione sul corso della valle, certamente traggono i loro nomi da due alberi, rispettivamente il "Fraxinus" e il "Robur",per analogia sostengono che anche "Lu Mel" deriverebbe il suo nome da una pianta, il melo ("Malum"). Per altri invece il nome avrebbe la sua origine nella parola celtica "Mell" che in quella antica lingua indicava altura, poggio.

 

 

SVILUPPO URBANISTICO, DEMOGRAFICO ED ECONOMICO
Il capoluogo del comune, che qualcuno chiama ancora alla maniera antica "La Villo" per distinguerlo dalle borgate, sorge a 684 m. di altitudine al centro di uno slargo del fondovalle che inizia a circa un chilometro a monte presso il confine con il territorio di Frassino dove il solco della valle da una morfologia stretta cresce in modo progressivo a formare un ampio pendio, per poi restringersi nuovamente in una strozzatura presso il Pontevalcurta verso i territori di Brossasco e Valmala. Il paese sorge su una piccola altura in declivio sulla destra idrografica del Varaita, sull'unico sbocco che i valloni del versante opaco, confluendo tra loro, hanno con il decorso della valle.

 

Da una sommaria osservazione possiamo pensare che la scelta del sito dove si sviluppò il primo agglomerato di Melle sia dipesa non solo da una misura precauzionale contro le possibili inondazioni del fiume, ma anche dalla possibilità di sfruttare, con opportune diramazioni, la forza idrodinamica sia dell'acqua del torrente che attraversa l'abitato, sia di quella del Varaita per il funzionamento dei mulini, dei frantoi, delle fucine, dei martinetti e dei battenderi della canapa. In questo senso la località di Melle veniva a soddisfare sia la vocazione agricola dei suoi primitivi abitanti, sia la possibilità di un artigianato ad essa collegato.

 

Il primo nucleo insediativo di Melle con molta probabilità corrisponde all'abitato addossato a semicerchio alla base del cocuzzolo del castello, che porta tuttora il nome di Borgo Vecchio che presentava all'esterno un sistema difensivo di cui rimangono un tratto di muraglione a terrapieno e sullo spigolo orientale di questo una elegante bertesca. Chiare tracce medievali presentano alcuni basamenti di edifici e specialmente la casa n° 2 di Via Castellar dove due portali a sesto acuto in pietra costituiscono l'entrata e l'uscita di una galleria seminterrata.

 

L'origine del Borgo di Melle risale forse al periodo che abbraccia i secoli X-XI, epoca in cui, secondo il parere concordante di parecchi storici, si sarebbero sviluppati i primi borghi lungo il decorso dei fiumi nelle medie e alte valli alpine del Piemonte sud-occidentale. In uno strumento del 16 marzo del 1062 sono già nominati quasi tutti i paesi della Val Varaita, da Valmala a Pontechianale. La stessa tradizione della cacciata dei saraceni (seconda metà del sec. X) lascia credere che i centri corrispondenti agli attuali capoluoghi dei comuni della Valle Varaita fossero già esistenti prima sec.X.

 

Con lo sviluppo demografico del Basso Medio Evo le abitazioni di Melle si estesero a poco a poco anche alla regione del Paschero, ossia al pascolo pubblico non coltivato che si estendeva a oriente del Borgo Vecchio e sulla destra idrografica del torrente "Lu Bial" (bedale di Boschirolo) .Il Paschero, raggruppato attorno al primo luogo di culto che costituiva l'antico nucleo della Chiesa Parrocchiale, veniva gradatamente a costituire il secondo rione di Melle per importanza e antichità.

 

Un ulteriore sviluppo insediativi venne poi a formare, a sud del Paschero, un terzo rione che varrà chiamato Ruata Chesta.

 

Con un lungo lavoro di sbancamento del tratto del Paschero in declivio sul Bedale Boschirolo venne ricavata la Piazza della Foresteria, poi chiamata Piazza dell'ala, una delle più belle piazze della vallata, certamente anteriore al secolo XV, poiché già ne parlano gli statuti comunali di Melle. Gli stessi statuti dicono che già nel 1400 la Piazza ospitava un'ala o foresteria che serviva da sosta agli eventuali pellegrini di passaggio e al mercato delle granaglie.

 

L'infittirsi degli abitanti determinò, a poco a poco, nel concentrico la formazione di altre due piazze, la Piazzetta del Borgo e la Piazzetta del Paschero che ebbero il ruolo di centro della vita comunale; nei due quartieri una rete di vicoli si articolò con le strade maestre del concentrico e con le vie comunali che gli Statuti imponevano di "mantenere sgombere e funzionali". Di antica funzione sono certamente il Vicolo del Borgo, Via Carrera, Via del Mulino e Via degli Orti che permettevano l'accesso ai campi fluviali del Varaita tramite il Ponte degli Orti, l'attuale ponte sul fiume.

 

Di costruzione certamente posteriore alla nascita del Borgo, sul cocuzzolo che emerge al disopra di questo si eleva il Castello di modeste dimensioni se consideriamo l'area limitata che presenta lo spiazzo su cui sorgeva. Elevato in posizione strategica all'inizio della media Valle Varaita, il Castello di Melle dovette far parte della lunga serie di poggi che di notte, mediante fuochi, avevano il compito di trasmettere gli allarmi dalla montagna alla pianura e viceversa. Nel castello abitava il Castellano che in assenza del Signore locale amministrava la giustizia, redigeva i trattati, conferiva con i Consoli o i due Sindaci (uno per il Borgo Vecchio e l'altro per il Paschero) del comune imponeva le tasse alla comunità.

 

Nei primi secoli del Basso Medio Evo (sec. XI-XII) la zona del Paschero riservata al pascolo, la produttiva area del Curtil e gli orti lungo i corsi d'acqua dovettero costituire, intorno al ridotto agglomerato di Melle, una buona cintura che forniva al villaggio una sufficiente possibilità di sopravvivenza senza però accumulo di eccedenze.

 

Solo più tardi, e con un sensibile ritardo rispetto alle zone di pianura piemontese, la spinta demografica indurrà la comunità di Melle, e in genere le altre comunità occitane delle medie e alte valli, a intraprendere un lungo lavoro di divelto sui pendii della montagna per creare nuove zone produttive. Il grande fenomeno del dissodamento e dell'espansione agraria che, in montagna, potremmo collocare con approssimazione tra i secoli XII e XIV segna una grande tappa nell'evoluzione agricola medioevale. Tale fenomeno, nelle vallate occitane, è molto importante in quanto porta con sé la nascita degli insediamenti agricoli, ossia la nascita delle borgate sui versanti montani.

 

L'espansione agraria del Basso Medio Evo di Melle segnò l'avvio di un altro importante movimento economico: lo sviluppo dell'artigianato. A favorire questa attività concorsero soprattutto i corsi d'acqua presenti nel luogo, quali il bedale di Boschirolo e la bealera dei Due Mulini lungo i quali si installarono le forme artigianali più intimamente connesse con l'attività agricola, quali i mulini, le officine, le fonderie e i forni.

 

Alcuni antichi toponimi che indicano zone agricole in periferia del paese, traggono il loro nome dalla esistenza in loco di una "boita" (bottega) artigianale; il nucleo principale di questa attività era senz'altro la "Fusina" a monte del capoluogo, presso S. Lazzaro, sulle sponde della bealera dei Due Mulini, che ospitava una fucina, una "furnaca" (fornace), un "batou" (battenderio) per la canapa, un "truèj" (torchio o frantoio) per estrarre olio da noci, nocciole o semi di canapa, e una piccola fonderia del ferro di cui parla un atto di vendita dell'anno 1551.

 

Mentre la bealera dei Due Mulini alimentava due mulini, ben tre erano funzionanti dall'acqua del bedale di Boschirolo che attraversa il concentrico, di uno dei quali parla un atto d'affitto del 1443. Un atto di proprietà del secolo XV ci dice che, oltre il ponte degli Orti, esisteva una conceria per le pelli degli animali. Un'altra fucina localizzata in via degli Orti corrisponde, con tutta probabilità, all'attuale martinetto di Margaria in cui è ancora funzionante ai nostri giorni il maglio.

 

Una terza fonderia si trovava lungo via Castellar presso borgata Re, dove, secondo la tradizione locale, venivano fusi i minerali ferrosi ricavati da antiche miniere del vallone di Bellino in alta valle.
La presenza nel territorio di Melle di antiche cave di pietra e di ardesia ormai abbandonate, ci segnala la presenza, fin dal Medio Evo, del mestiere dello scalpellino e del tagliapietre, artigianato che si mantenne vivo fino alla prima metà del secolo XX.

 

La diffusione di queste molteplici attività artigianali nel Medio Evo allargò senza dubbio le relazioni sociali nell'ambiente rurale di Melle facendone un importante luogo di servizio per la media valle e conferendole un ruolo non indifferente in tutta la valle fino agli inizi dell' Era Moderna.

 

L'artigianato rurale e soprattutto la centralità del luogo di Melle rispetto al corso della vallata furono fattori che incisero nel 1368 sulla scelta del paese come sede dell'unico mercato della Valle Varaita. Essere depositari della concessione esclusiva di mercato per tutta la valle era una prerogativa che incideva fortemente sull'economia del comune. La comunità di Melle, nei secoli seguenti, difese a denti stretti questo privilegio; dapprima contro e pretese di Brossasco nel 1390, poi nel secolo XVI contro Venasca, ancora contro Brossasco e contro Sampeyre.

 

Significativo è il fatto che l'inizio del declino economico di Melle coincide con gli anni in cui la comunità non può più opporsi alle concessioni dei mercati a Venasca (1528) e Sampeyre. Soffocato dal traffico di questi due maggiori centri a monte e a valle, il mercato di Melle dal secolo XVI entra in fase di regresso fin quasi all'estinzione. Ad accelerare questo declino economico contribuirono certamente le crisi cerealicole e il regresso demografico che caratterizzarono il mondo rurale nei secoli XV e XVI; il fiscalismo dei francesi e dei sabaudi che subentrarono alla dominazione molto più tollerante dei Marchesi di Saluzzo; le continue guerre che con le razzie e i quartieri d'inverno depauperarono ulteriormente le comunità montane e per finire la peste bubbonica che nel 1630-31 spopolò Melle di oltre 900 abitanti su 1500.

 

Dopo due secoli di regresso demografico ed economico, confrontando i registri dei censi e dei cotizzi del comune, notiamo che, solo agli inizi del secolo XVIII, si riscontra un sensibile aumento della popolazione, ma questo viene forse ad aggravare ulteriormente la situazione, poiché l'incremento demografico non è accompagnato da un parallelo incremento produttivo ed economico, per cui le proprietà si frammentano all'infinito con disastrose conseguenze finanziarie.

 

Nell'ottocento le migliorie degli attrezzi agricoli ed un più razionale metodo di lavoro della terra sollevano le condizioni economiche della comunità di Melle in modo che questa può in qualche modo far fronte al continuo aumento della popolazione. Alle tre fiere già esistenti si aggiungono altre cinque fiere e finalmente nel 1905 Melle può avere il suo antico mercato, di mercoledì, che subito ritorna frequentatissimo, e tale dura fino agli anni 1960-70.

 

Con la nuova ondata di spopolamento che si verifica dopo questi anni, Melle viene privato di artigianato, di industrie, di possibilità turistiche e di espansione urbanistica, rivede il suo mercato e le sue fiere ridotti al minimo termine e la sua popolazione ridotta del 50%, con un indice di anzianità elevatissimo.

 

Con una produttività agricola ormai compromessa dal massiccio esodo recente, possiamo dire che oggi la migliore risorsa della comunità di Melle sia rappresentata dai salari degli operai pendolari e dalle pensioni degli abitanti ormai anziani.

 

Il nuovo sviluppo urbanistico, nell'impossibilità di espandersi sull'area a sinistra del fiume per il pericolo di eventuali inondazioni, ha interessato a valle e a monte del concentrico la stretta zona limitata tra la sponda destra del Varaita e il declivio del versante Opaco con nuove costruzioni. Oggi l'abitato è percorso da una strada a curve che nel suo primo tratto, fino al condominio la "betulla", porta il nome significativo di via Federico Mistral a ricordo del più grande poeta occitano moderno; di lì il tratto più lungo della strada che attraversa il paese e il bedale di Boschirolo fino al bivio superiore con la circonvallazione, prende il nome di via Tre Martiri in memoria di tre ragazzi del paese impiccati nel 1944 dai Nazi-fascisti. Nella strada principale confluiscono i vicoli e le strade del paese dai nomi antichi: via Carrera, via Chesta, via Castellar, via degli Orti, via Aprico, via dei Due Mulini, via Courtil e via Crosa.

 

Forse dobbiamo dire grazie a questa scarsa possibilità di espansione urbanistica se Melle, nel suo concentrico e nella sua periferia, ha conservato quella sobria e dignitosa architettura montana che in altri centri della valle di maggior incremento turistico la speculazione edilizia ha cancellato per sempre con costruzioni di cattivo gusto.

 

 

ARCHITETTURA
Dall'attuale veste urbanistica del capoluogo risulta evidente il suo passato ruolo di importante centro di servizi della media valle. Non era soltanto l'odierno territorio comunale a gravare sul suo capoluogo, ma, per tutta una serie di servizi, vi facevano riferimento pure Frassino e Valmala e cioè, ancora all'inizio del secolo, più di 5000 persone.
Gli edifici che si affacciano sulla via principale recano l'impronta di un'antica dignità.

 

I più cospicui sono coronati da altana come la bella casa Fino, o l'edificio che si affaccia sulla piazzetta D. Marchetti, notevoli per lo slancio verticale e la sobria eleganza delle linee architettoniche con finestre protette de massicce inferriate a sporto.

 

Sulla stessa piazzetta si affaccia il palazzo degli Orselli, la famiglia originaria di Saluzzo che esercitò a lungo la signoria su Melle. Ha linee e proporzioni che richiamano con sicurezza ad un maturo cinquecento. E' soprattutto una cassaforte protetta da un autentico sistema difensivo (rimangono i resti di una bella bertesca innestata sul ripido spigolo della cinta muraria), sull'intonaco esterno si leggono le tracce di una decorazione pittorica di gusto rinascimentale.

 

Numerose e interessanti, malgrado i frequenti rifacimenti, rimangono le indicazioni della locale architettura chiesastica. Purtroppo, non è molto quel che resta dell'edificio originario nella parrocchiale del capoluogo, dedicata a S. Giovanni Battista. Sopravvivono alcune strutture murarie e, all'esterno, un affresco quattrocentesco dedicato a S. Michele. All'interno la cosa più interessante è la pala dell'altare di S. Orsola. Il tema è ispirato all'iconografia tradizionale della santa che è raffigurata nella gloria del martirio, adorna di un ricco manto principesco aperto a protezione dei devoti. Un angelo reca in mano gli strumenti del sacrificio (due frecce) e la palma del martirio.

 

Due santi francescani occupano con la Madonna la parte superiore della pala e un coro di angeli musicanti corona il gruppo. I caratteri stilistici e cromatici dell'opera la riportano con sicurezza al secolo XVII; l'esistenza dell'altare è comunque documentata in una lettera del 1702.

 

La vicina confraternita, del secolo XVII, oggi è un sobrio edificio a pianta greca recentemente dedicato alla "Mater Captivorum" e convertito in Sacrario dei caduti in terra straniera; conserva all'interno una bella tela dedicata al martirio di S. Sebastiano.

 

Salendo per via Vecchia Castellar ci si trova davanti al dipinto della Trinità, secoloXV, opera dei fratelli Biazaci. L'affresco consente di stabilire l'antica destinazione dell'edificio, sul quale è stato dipinto, che apparteneva ad una Confratria laica. Molto diffuse durante il Medioevo, le confratrie erano organismi collettivi, che garantivano, per conto della comunità, le funzioni di accoglienza per i pellegrini e offrivano qualche assistenza ai malati e ai poveri. Sovente le confratrie erano poste sotto la protezione dello Spirito Santo, ispiratore delle opere di misericordia, che venivano rappresentate nel dogma trinitario.

 

La raffigurazione della Trinità "orizzontale" che compare in questo affresco segue un'iconografia antica e ingenua, più tardi condannata e abbandonata in seguito al concilio di Trento: le tre persone della trinità sono rappresentate come tre figure maschili identiche, sedute l'una accanto all'altro con, in mano, il globo simbolo del potere universale.

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Provvedimento n.229 dell'8 maggio 2014 - pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 126 del 3 giugno 2014.

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